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Home » Blog » La guerra che doveva rilanciare il petrolio sta accelerando la sua crisi
Petrolio

La guerra che doveva rilanciare il petrolio sta accelerando la sua crisi

Giuseppe Moi
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Giuseppe Moi
28 Luglio 2026
11 Min Read
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La guerra che doveva rilanciare il petrolio sta accelerando la sua crisi
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Hormuz, il collo di bottiglia che ha cambiato la domanda

Che cosa accade quando un Paese comprende che la propria sicurezza economica dipende da uno stretto di mare, da una tregua precaria, da una dichiarazione presidenziale pronunciata a migliaia di chilometri di distanza? Accade che l’energia smette di essere soltanto una merce. Diventa una vulnerabilità.

Contents
  • Hormuz, il collo di bottiglia che ha cambiato la domanda
  • Pannelli, batterie e automobili: la risposta arriva dalla Cina
  • Dal gas “sicuro” alla sovranità energetica
  • Il petrolio arretra, ma il nuovo ordine resta incerto

A oltre quattro mesi dall’inizio della guerra che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran, la ripresa dei bombardamenti ha reso evidente un fatto: alcuni Paesi dell’Asia e dell’Africa non intendono più tornare al petrolio e al gas con la stessa fiducia del passato. Non perché i combustibili fossili siano improvvisamente scomparsi, né perché la transizione ecologica abbia vinto ogni resistenza; più semplicemente, perché il rischio di dipendere dalle importazioni è diventato troppo visibile per essere ignorato.

La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha interrotto oltre un quinto delle forniture mondiali di gas naturale liquefatto. I prezzi del gas in Europa e in Asia, utilizzato per produrre elettricità e riscaldare case e industrie, sono aumentati di oltre il 50% rispetto all’inizio del conflitto; in Asia, nel picco di marzo, erano più che raddoppiati. Anche il petrolio è tornato a salire dopo l’annuncio della fine del cessate il fuoco da parte del presidente Donald Trump.

Prezzi più alti, forniture incerte, scuole e uffici chiusi, carburanti razionati: nelle Filippine e a Tuvalu la crisi non è rimasta confinata ai grafici delle borse energetiche. È entrata nella vita quotidiana. E allora la domanda cambia: quanto costa davvero un barile di petrolio? Il suo prezzo è quello indicato dal mercato, oppure comprende anche l’instabilità politica, i blackout, la dipendenza strategica?

Per Jan Rosenow, docente di clima ed energia all’Università di Oxford, il conflitto sta agendo come «un acceleratore della transizione». In un mondo instabile, sostiene, investire nelle rinnovabili e nei veicoli elettrici non è più soltanto una scelta climatica: offre sicurezza energetica e, sempre più spesso, convenienza economica. La guerra, insomma, non ha inventato il cambiamento. Lo ha reso urgente.

Pannelli, batterie e automobili: la risposta arriva dalla Cina

Ma se alcuni Paesi si allontanano dal petrolio, verso chi si stanno dirigendo? La risposta, almeno per ora, conduce quasi sempre nello stesso luogo: la Cina.

Nel mese di marzo le esportazioni cinesi di pannelli solari sono aumentate di oltre l’80% rispetto all’anno precedente. Tra gennaio e maggio Pechino ha esportato più di due milioni di automobili elettriche per passeggeri; quasi la metà è partita nei soli mesi di aprile e maggio. Non si tratta di un dettaglio commerciale. È il segnale di un riassetto industriale accelerato dalla crisi.

Una nota della società di consulenza SIA Energy lo ha riassunto con un’ironia tagliente: se l’industria automobilistica cinese dovesse assegnare il premio di venditore dell’anno 2026, Donald Trump sarebbe tra i principali candidati. Il senso della provocazione è chiaro: mentre la politica statunitense rafforza la centralità dei combustibili fossili e riduce il sostegno interno ai veicoli elettrici, la guerra e l’instabilità dei prezzi rendono più appetibili proprio le tecnologie prodotte in massa dalla Cina.

In Pakistan, gli investimenti nel solare e nei sistemi di accumulo hanno già consentito di ridurre le importazioni di petrolio e gas, generando risparmi per miliardi di dollari. Le Filippine stanno seguendo una traiettoria simile: tra febbraio e maggio hanno importato dalla Cina pannelli solari per oltre 400 milioni di dollari, con un aumento del 139% rispetto all’anno precedente.

Anche in Africa il calcolo economico sta cambiando. Dele Kuti, responsabile globale per energia e infrastrutture di Standard Bank, ricorda quanto rapidamente i produttori cinesi abbiano abbassato i prezzi: «I cinesi hanno fatto crollare il mercato», osserva, spiegando che i progetti solari hanno cominciato ad apparire molto meno onerosi di quanto si pensasse. Nel 2025, i finanziamenti della banca ai progetti elettrici rinnovabili hanno superato quelli destinati alle fonti non rinnovabili con un rapporto di otto a uno.

Eppure una domanda resta sospesa: liberarsi dal petrolio mediorientale significa diventare indipendenti, oppure sostituire una dipendenza con un’altra? La Cina fornisce pannelli, batterie, automobili, componenti; controlla una parte decisiva delle filiere. Il vecchio ordine energetico ruotava intorno ai pozzi. Quello nuovo potrebbe ruotare intorno alle fabbriche.

Dal gas “sicuro” alla sovranità energetica

Per anni l’industria fossile ha presentato il gas naturale come il combustibile della transizione: meno inquinante del carbone, più flessibile, abbastanza abbondante da accompagnare il mondo verso un futuro a basse emissioni. Ma quanto può essere considerato sicuro un combustibile che deve attraversare mari contesi, terminali vulnerabili, rotte esposte alle guerre?

«Il Golfo sembrava un luogo sicuro» dal quale acquistare gas, osserva Fareed Mohamedi, managing director di SIA Energy. «Poi è accaduto questo». La frase è breve, quasi dimessa; il giudizio, invece, è severo. La guerra ha incrinato l’idea che il gas importato possa garantire stabilità soltanto perché proviene da fornitori consolidati.

Non è la prima volta. Appena quattro anni prima, l’invasione russa dell’Ucraina aveva mostrato all’Europa quanto rapidamente un rapporto commerciale potesse trasformarsi in uno strumento di pressione politica. Due crisi in pochi anni, due aree decisive per il mercato mondiale, due promemoria difficili da archiviare.

Kaushik Deb, responsabile del gruppo di ricerca sull’India presso l’Energy Policy Institute dell’Università di Chicago, considera questo nuovo shock un fattore capace di rendere la transizione «molto più rapida». L’elettrificazione dei trasporti e l’aumento della quota di rinnovabili nelle reti, sostiene, diventano centrali proprio perché riducono l’esposizione alle crisi esterne.

Centrali, sì. Ma non miracolose. Un pannello solare non elimina ogni dipendenza; una batteria richiede minerali, infrastrutture, reti efficienti, capacità di manutenzione. E un sistema elettrico dominato dalle rinnovabili necessita di accumuli, connessioni, gestione della variabilità. La transizione non cancella i problemi: li trasforma.

La differenza, tuttavia, non è marginale. Petrolio e gas devono essere acquistati continuamente; il sole, una volta installato l’impianto, non presenta fattura. Una nave cisterna può essere bloccata; un giacimento può diventare oggetto di ricatto; un oleodotto può essere sabotato. Un tetto solare, invece, produce sul territorio. È qui che l’ecologia incontra la geopolitica. È qui che la transizione diventa sovranità.

Il petrolio arretra, ma il nuovo ordine resta incerto

Quanto petrolio può risparmiare davvero un’automobile elettrica? Presa singolarmente, poco. Moltiplicata per milioni di veicoli, abbastanza da modificare un mercato globale.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nell’ultimo anno la diffusione dei mezzi elettrici ha evitato il consumo di circa 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno: più dell’intera produzione quotidiana di greggio della Nigeria. Il confronto è eloquente. Quasi il 45% del petrolio mondiale viene utilizzato nel trasporto stradale — automobili, motocicli, camion — e ogni veicolo che non entra più in una stazione di servizio riduce, di poco ma in modo permanente, la domanda di benzina o diesel.

Kingsmill Bond, analista di Ember, vede proprio qui il cambiamento di lungo periodo: più automobili elettriche significano meno rifornimenti, dunque meno domanda petrolifera. Prima della guerra, l’Agenzia internazionale dell’energia prevedeva ancora un aumento dei consumi globali nell’anno in corso; le perturbazioni seguite alla chiusura di Hormuz l’hanno poi indotta a rivedere la stima, prevedendo una contrazione.

Negli Stati Uniti, però, il percorso procede in direzione opposta. Mentre le vendite di veicoli elettrici aumentano in molte aree del mondo, sul mercato statunitense risultano in calo rispetto all’anno precedente. La brusca eliminazione degli incentivi fiscali federali, sostenuta dall’amministrazione Trump, ha contribuito alla frenata. È una scelta industriale, economica, politica. Ma è anche una scommessa: può il Paese che ha dominato il secolo del petrolio permettersi di rallentare nel secolo dell’elettrificazione?

Mohamedi invita comunque a non confondere il declino di alcuni consumi con la scomparsa degli idrocarburi. Petrolio e gas continueranno a essere necessari per fertilizzanti, plastica, chimica industriale, carburanti per l’aviazione. Eppure, aggiunge, la domanda di petrolio e diesel «sta cadendo come un mattone».

Forse è un’espressione troppo netta. Forse il mattone non è ancora caduto; forse è soltanto in bilico. Ma la direzione appare più chiara di ieri. Le guerre del passato spingevano i governi a cercare nuovi pozzi, nuove rotte, nuovi fornitori. Questa guerra sta inducendo alcuni Paesi a porsi una domanda diversa: e se la vera sicurezza non consistesse nell’importare energia da un luogo più sicuro, ma nel doverne importare sempre meno?

È questa, più dei prezzi e delle statistiche, la frattura introdotta dal conflitto. Non la fine del petrolio. La fine della sua inevitabilità.

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