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Home » Blog » Shell torna in Venezuela, mentre l’Iran infiamma i mercati
Petrolio

Shell torna in Venezuela, mentre l’Iran infiamma i mercati

Energia Ora
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Redazione
6 Marzo 2026
9 Min Read
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Tra licenze USA, riforme petrolifere venezuelane e regole sugli investimenti, le major riposizionano capitali e supply chain. Ma con lo Stretto di Hormuz sotto pressione, la vera variabile è la sicurezza: del mare, delle infrastrutture e delle alleanze.

Contents
  • Un annuncio che pesa più del suo perimetro industriale
  • Venezuela, la “riapertura” passa da Washington e da una riforma interna
  • Perché proprio adesso: l’“effetto Iran” e il prezzo della logistica
  • Medio Oriente: quando la sicurezza diventa la vera commodity
  • La nuova strategia delle major: meno ideologia, più resilienza
  • Il rischio politico che nessuno può assicurare
  • Il mondo post-globalizzazione dell’energia

Un annuncio che pesa più del suo perimetro industriale

Quando una major come Shell firma nuovi accordi su petrolio e gas in Venezuela, non è mai soltanto un’operazione “di portafoglio”. È un segnale: qualcuno sta scommettendo che, nel nuovo ordine energetico, la disponibilità delle molecole conta di nuovo quasi quanto il costo. E conta anche più della reputazione del Paese che le ospita.

Shell ha annunciato intese con il governo venezuelano su opportunità nel gas offshore e su petrolio e gas onshore, affiancate da accordi tecnici e commerciali con la società di ingegneria venezuelana VEPICA, e con due player statunitensi della filiera energetica e industriale, KBR e Baker Hughes.

Il tempismo è tutto. L’energia globale sta vivendo giorni in cui la volatilità non è un difetto di mercato, ma un riflesso geopolitico. E in cui le rotte più delle riserve determinano il prezzo finale.

Venezuela, la “riapertura” passa da Washington e da una riforma interna

Il Venezuela non è mai uscito davvero dal radar, ma per anni è rimasto un nome pronunciato a mezza voce: troppo carico di sanzioni, troppo instabile per sostenere piani industriali robusti. Ora il quadro si muove su due piani paralleli.

Il primo è normativo e politico: Caracas ha approvato a gennaio 2026 una riforma del settore petrolifero che, almeno nelle intenzioni, punta a rendere più appetibile l’investimento privato: riduzione delle tasse, maggiore peso decisionale del ministero, più autonomia agli operatori.

Il secondo piano è statunitense: Shell ha legato esplicitamente l’avanzamento del progetto Dragon (gas offshore) alle licenze generali USA per l’esplorazione. Tradotto: senza un “corridoio” regolatorio da Washington, anche il migliore dei business plan resta carta.

Sul fondo c’è una dinamica politica ancora più dirompente: gli Stati Uniti hanno condotto a gennaio un’operazione che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e nelle settimane successive figure di primo livello dell’amministrazione USA hanno visitato il Paese, tra cui il Segretario dell’Interno Doug Burgum e il Segretario all’Energia Chris Wright. È un cambio di scena che, se consolidato, ridisegna in profondità l’accesso occidentale alle risorse venezuelane.

Eppure, la storia venezuelana recente insegna prudenza: riforme e annunci possono convivere con ripensamenti e discontinuità. La fiducia non si dichiara su Telegram, si costruisce con contratti stabili, tribunali credibili e flussi di cassa verificabili.

Perché proprio adesso: l’“effetto Iran” e il prezzo della logistica

Se c’è un motivo per cui un dossier complesso come il Venezuela torna improvvisamente spendibile, quel motivo non si trova solo a Caracas. Si trova più a est, lungo la faglia geopolitica del Medio Oriente.

Nelle ultime giornate la crisi che coinvolge l’Iran ha avuto un impatto diretto sui mercati e sulla logistica: si parla di shipping paralizzato nello Stretto di Hormuz e di un salto dei costi e dei rischi lungo una rotta attraverso cui passa una quota enorme del commercio energetico mondiale.

Il punto non è soltanto “quanto petrolio manca”, ma “quanto petrolio riesce a viaggiare” e a che prezzo assicurativo. Anche quando le scorte reggono, il mercato prezza l’incertezza.

In questo quadro, il valore del Venezuela cambia natura: diventa un’opzione di diversificazione emisferica. Una riserva e una produzione potenzialmente agganciabili a rotte alternative rispetto al Golfo, con benefici evidenti per chi importa e per chi commercia.

Medio Oriente: quando la sicurezza diventa la vera commodity

La crisi con l’Iran non è solo un capitolo regionale. È il promemoria che la transizione energetica non ha abolito la geopolitica: l’ha spostata e moltiplicata.

Reuters descrive un Iran sempre più isolato, con Russia e Cina prudenti nel sostegno, mentre le tensioni colpiscono anche infrastrutture e traffici e il rischio di escalation si riverbera su alleati e vicini.

Sul fronte europeo, la preoccupazione non è soltanto energetica. Europol ha avvertito che l’escalation può tradursi in un aumento di minacce terroristiche, estremismo e cyberattacchi contro infrastrutture e interessi europei: cioè il lato “invisibile” della guerra moderna, dove la vulnerabilità non sta nelle trincee, ma nei sistemi.

E poi c’è la dimensione politica: l’Alto rappresentante UE ha riportato le preoccupazioni dei Paesi del Golfo per il rischio di instabilità interna in Iran, mentre a Bruxelles insiste, almeno nelle dichiarazioni, sulla necessità di una via diplomatica.

In parallelo, UE e GCC hanno diffuso una dichiarazione congiunta che condanna gli attacchi iraniani contro gli Stati del Golfo e chiede la cessazione immediata delle ostilità: un linguaggio che fotografa l’urgenza del momento e la saldatura tra sicurezza regionale e interessi globali.

La nuova strategia delle major: meno ideologia, più resilienza

Gli accordi di Shell in Venezuela si inseriscono in un movimento più ampio: le grandi compagnie stanno costruendo portafogli pensati non solo per il rendimento, ma per la resilienza.

Per anni la globalizzazione energetica ha puntato all’efficienza estrema: catene lunghe, rotte ottimizzate, specializzazione per aree. Oggi il paradigma si ribalta. Le aziende cercano “ridondanza intelligente”: più opzioni, più Paesi, più sbocchi. Non perché sia più economico, ma perché è meno fragile.

C’è però un’ambivalenza difficile da ignorare. La stessa Europa che parla di decarbonizzazione e che in teoria vorrebbe comprimere il ruolo delle fossili, assiste a un ritorno della logica del “barile sicuro”. È un paradosso solo in apparenza: la transizione non funziona senza stabilità macroeconomica, e la stabilità macroeconomica, nel breve periodo, resta legata all’energia convenzionale e alle sue infrastrutture.

Il rischio politico che nessuno può assicurare

Scommettere sul Venezuela significa accettare un rischio: non tecnico, ma politico. Cambi di linea a Washington, riassetti di potere a Caracas, nuove sanzioni o nuove deroghe possono riscrivere il perimetro di ciò che è possibile.

E nel frattempo, il mercato manda segnali contraddittori: da un lato le intese con Shell; dall’altro la notizia, nelle settimane precedenti, di contratti di produzione sospesi o rivisti nel settore venezuelano, segno che il Paese è ancora in una fase di riordino e che le regole non sono scolpite nella pietra.

Il mondo post-globalizzazione dell’energia

Gli accordi di Shell in Venezuela arrivano nel momento in cui il Medio Oriente ricorda al mondo una lezione antica: l’energia non è mai stata una semplice commodity, ma un equilibrio di potere travestito da mercato.

La crisi con l’Iran, le rotte sotto pressione, l’insicurezza marittima e le minacce ibride spingono governi e aziende a una conclusione sempre più netta: il costo dell’energia non è solo estrazione e raffinazione, ma anche assicurazione geopolitica. E quell’assicurazione, oggi, è cara.

Il Venezuela, con tutte le sue contraddizioni, torna interessante perché offre un’alternativa in un sistema che non tollera più i “single point of failure”. Ma l’alternativa non è la soluzione: è un tampone dentro un mondo che sta diventando più frammentato, più regionale, più sospettoso.

La domanda finale non è se torneremo al passato. È se avremo il coraggio di ammettere che la transizione non può essere solo tecnologica: deve essere anche istituzionale, diplomatica, strategica. Altrimenti continueremo a inseguire la sicurezza a colpi di accordi emergenziali, spostando il rischio da una mappa all’altra, senza mai ridurlo davvero.

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